Quando il mare era blu ed il cielo era blu

Raggiunto Conchitasblog: Se non sai le cose salle….ma poi disimparale!!!

Conchita perugina-21enne-studentessa ci tiene già nei sottotitoli a far sapere che le sue foto sono qui. Il suo blog è attivo dal febbraio 2006.

Il suo ultimo post datato 28 Aprile è un piccolo saggio sarcastico:

L’immondizia li salverà

Piccolo saggio sarcastico e assolutamente velleitario sulla definizione dello specifico artistico

Non ci può essere reazione più stupida, si dice , dell’ esclamare davanti ad un’opera concettuale “Questo lo potevo fare anch’io!” così come non basta avere davanti a sé Dora Maar per dipingere un Picasso o Lisa Gherardini che posa per noi per fare la Gioconda.
Non ci si può illudere di cacare in un barattolo per eguagliare Piero Manzoni in “Merda d’artista” o rovesciare un orinatoio per mettersi al livello di Duchamp.
Pacificate l’anima artisti mancati, anche perché queste idee loro le hanno partorite quando voi non ci pensavate affatto!
L’arte che conta esige un certo livello di elevazione sia per essere prodotta che per essere compresa.
L’arte richiede , conoscenza, tecnica, abnegazione e talento.

Territorial pissing: l’opera d’arte è la cartina di tornasole che evidenzia le differenze antropologiche tra gli umani contemporanei , differenze culturali, sociali, di sensibilità.
Il T.P. è l’attegiamento che consente di dimostrare che “Non tutti hanno gli strumenti per…” anche se ultimamente frequentando luoghi eletti come l’Artefiera di Bologna, Roma e Milano , ho capito che per fare chiarezza e quantificare le differenze, il sistema dell’arte si affida ad un metodo a prova di fraintendimenti, il censo e la disponibilità a spendere.

Solo l’esclusività permette a Sotheby’s di quotare una libreria di Godley e Schwan 101.000 € , uno stipo di Garouste e Bonetti 54.000 € e per mantenersi sul modernariato una Lampada di Gaetano pesce 127.000 € , mentre un armadietto di medicinali di Damien Hirst è arrivato a 14 milioni
Per cui il “non tutti hanno gli strumenti per” andrebbe ricollocato nel “Solo alcuni hanno tanti soldi da …”
La sensazione di contatto con una speciale categoria antropologica cioè coloro che sono rassicurati nel loro essere all’interno dei confini del T.P. si è trasformata nella sgradevole percezione dell’esibizione della propria esclusività sociale.
Come ogni banchetto di corte che si rispetti ogni Fiera dell’Arte ospita una percentuale di pubblico che è in grado di apprezzare la “concettosità” delle opere esposte , ma è comunque escluso dalla prospettiva del loro possesso (ad esempio studenti, insegnanti della scuola pubblica…)
In parole povere chi possiede il codice intepretativo ma non la disponibilità economica è comunque escluso dagli angusti spazi del T.P.
Per dimostrare l’importanza del codice interpretativo occorre affidarsi ad un metodo d’analisi scientifico la “Prova cassonetto” per la quale ci vengono in soccorso alcuni fatti di cronaca più o meno recente.

Il metodo della prova cassonetto: ponete un’opera concettuale priva di cornice e piedistallo, e del consueto circondario di esperti e addetti ai lavori , accanto ad un cassonetto, poi osservate il passaggio di un operatore ecologico intento al suo lavoro di pulitura dell’ambiente in cui si trova .

Episodio 1: la “Porta bivalente” di Marcel Duchamp , una porta normale riconvertita in ready made , giaceva in una stanza in attesa di essere esposta alla biennale di Venezia del 1978 , quando un imbianchino passò e decise di dargli una mano di vernice fresca , non dopo un po’ di stucco e una passata di cartavetrata.
Il gesto invece di accrescere il valore dell’opera costò alla biennale ben 133 milioni di allora.

Episodio 2 ; nel 1980 un’opera del padre dell’arte concettuale tedesca Joseph Beuys (una toilette usata e sporca) fu pulita da un addetto che la riteneva non decorosa .
Episodio 3: L’intera mostra di Leo Smith alla Hammersmith Town hall è stata completamente buttata nella spazzatura da alcuni addetti (guastatori di una impresa di traslochi che per un disguido arrivarono con tre giorni d’anticipo) credendo si trattasse di spazzatura .
Episodio 4: il 30 giugno 2004 alla Tate Britain un’opera di Gustav Metzger è stata buttata da una addetta alle pulizie.
I responsabili della galleria poi si sono gettati all’inseguimento del sacchetto ritrovandolo in una discarica (l’opera contestava la concezione del bello comunemente inteso presentandosi come un sacchetto d’immondizia) ormai priva del suo contenuto e dunque svuotata del suo valore compositivo ed artistico-in quel caso nessun restauratore avrebbe mai potuto restituire l’opera al suo aspetto originario- la creazione di Metzger è stata considerata irrimediabilmente perduta.

Pecunia non olet
Il metodo scientifico della prova cassonetto dimostra come l’impreparazione culturale di massa renda impossibile ai soggetti appartenenti alle classi sociali escluse dai confini T.P. di comprendere ed apprezzare il linguaggio alto dell’arte concettuale.
In parole povere la lavoratrice sottopagata della Tate Britain non può riconoscere l’imprimatur autoriale del sacchetto di plastica di Metzger e neanche sentirsi in sintonia con l’elevato tasso di criticità sociale e di contestazione simbolica di cui è portatore di significato ogni suo particolare .
Così come il comune osservatore “plebeo” alla visione della “Merda d’Artista” di Manzoni (vera o presunta che sia) non può che reagire in maniera volgare e scontata.
Il divario culturale tra artista concettuale e pubblico di bassa condizione costituisce un muro invalicabile che rende impossibile ogni tentativo di condivisione di un qualsivoglia codice interpretativo.
L’unico codice che soggetti sociali distinti (Artista Vs Osservatore escluso dal T.P. Oppure Collezionista Vs Operatore Ecologico) possono condividere è quello del denaro.
Infatti l’uomo comune dalla sua prospettiva dal basso si pone delle domande “concettuali” basate su principi economici.

1) Perché l’ingresso all’Arte Fiera costa 18 euro mentre per entrare in discarica non si paga il biglietto?
2) Perché il cittadino deve pagare una tassa comunale per i rifiuti mentre l’artista viene retribuito se lascia i suoi in uno spazio espositivo?

Anche l’unico codice condiviso però esclude il soggetto “plebeo” dall’ingresso nel T.P.
Possiamo affermare dunque che, la vera epifania dell’arte , l’atto che sancisce ufficialmente l’artisticità di un qualsiasi manufatto è il suo pagamento , il momento sacro in cui qualcuno è disposto a spendere una somma più o meno elevata per il suo possesso , al di fuori di questo non vi è arte e neanche il suo godimento.A tutti coloro che stanno al margine del banchetto non rimane che annusare l’odore delle cucine ed attendere che qualche signore benevolo lanci un avanzo d’osso, come la tradizione medievale ricorda

merda

Non sono riuscito a copiare i link che sono elencati e commentati nell’apposita pagina. Tali link sono tutti (tranne uno) verso blog di Spaces.Msn o Spaces.Live nella logica solita dei recinti e degli steccati.

Foto di Ghirigori Baumann

Proseguendo il viaggio abbiamo raggiunto Ghirigori Baumann: Quotidianità (almeno) triglottiche tra Kafka ed Escher. L’autore anonimo ha aperto il suo blog nel Settembre 2007 e di mestiere fa il ricercatore. Dal profilo si ricava che vivrebbe in Barcelona : Afghanistan (non so cosa voglia esattamente dire).

Racconta della Catalogna:

amanida variada (insalata mista)
a) l’impressionante sforzo della regione catalogna di fornire corsi di ogni livello in lingua catalana, di cui i primi tre gratuiti, vengono completamente vanificati dalla società catalana stessa. Nonostante abbia fatto di tutto per non credere al luogo comune della chiusura del catalano medio, in effetti la struttura stessa della società catalana - che nel secondo punto chiarirò - la rende generalmente impermeabile ad una commistione con tutto ciò che catalano non è: sì, insomma, la rende tendente al micronazionalismo. inoltre, l’io catalano si concretizza in un’educazione apparente che si rivela di fatto una tendenza all’esclusione del diverso. esempio concreto: tu mi dici qualcosa in catalano, io non sento bene per un motivo qualunque, e ti chiedo di ripetere, e tu non ripeti ma traduci in castigliano.
questo avviene nella migliore delle ipotesi. nella peggiore, e posso garantirvelo io che lavoro in un istituto in cui la quasi totalità dei dipendenti è catalana, non c’è proprio alcun dialogo; in refettorio (non è una mensa, perchè si consuma solo, ma non si compra nulla), i catalanofoni fanno spesso gruppo a sé, magari perchè si conoscono da una vita, magari però anche no. supponevo che la mia situazione di disagio fosse dovuta a me, e non all’ambiente di lavoro, ma in realtà la stessa situazione la vive una mia conoscente messicana, lorena, alla quale dopo otto mesi di lavoro in uno studio di architettura hanno chiesto come si chiamasse.
sia io che lorena abbiamo un livello di catalano sufficiente a permetterci la comunicazione con gli autoctoni, ma siamo arrivati ad un punto di disillusione tale che, vista l’accoglienza che ci viene riservata, abbiamo deciso o di non parlarlo più, perché non ne vale la pena, o di limitarlo al minimo indispensabile. io ho iniziato parlando in catalano coi miei colleghi, e ora parlo quasi sempre in castigliano. per reazione.
riassumendo: è inutile insegnare il catalano, se il mondo catalanofono ti esclude (o ignorandoti, o parlandoti in castigliano)

b) la struttura della società catalana vede i catalani occupare i posti-chiave nella cultura, nella finanza e nell’amministrazione. ma non c’è molto da stupirsi: sostanzialmente, si può dire che la varietà catalana sia stata mantenuta durante il franchismo dalla borghesia urbana, e non certo dal popolo minuto. questa è un’importante differenza, per esempio, coi dialetti dello stato italiano. la lingua catalana viene quindi spesso identificata con la struttura al potere, cosa che non può che ingenerare un certo fastidio nella fascia monolingue castiglianofona, che occupa spesso gli strati sociali inferiori.

c) un ottimo metodo per distruggere un rapporto, di coppia o di amicizia, è affidarsi alla microsoft. o andare in erasmus in francia. o entrambe le cose.

d) si può suonare un basso anche con un braccio ingessato, ma fa discretamente male.

e) andare d’estate al parc de la ciutadella a leggere è un’impresa titanica. e non per i bonghi, né per il birimbao, che comunque spaccherei entrambi. è come essere adolescenti e cercare di studiare matematica mentre in televisione danno un video di playboy.

Ecco cosa pensa dei suoi connazionali:

aforisma #1

Gli unici italiani orgogliosi di esserlo sono sudamericani.

E sulla religione:

aforisma #4
Il delirio di una persona si chiama follia; il delirio di una moltitudine si chiama religione.

I link o come li chiama lui…
vincles